i need money

Sembrava una serata tranquilla, io pascolavo dalla cucina allo studio tentando di finire un’intervista per oggi, il Santuomo faceva andare una zuppa sui fornelli per una cenetta autunnale che ancora non aveva smesso di piovere, l’Inuit se ne stava tutto preso nella “lettura” del suo nuovo libro sul divano, quando a un certo punto si alza e succede.

Non c’è una vera ragione per cui a un certo punto succeda, come diceva Baricco in Novecento, non c’è una vera ragione per cui a un certo punto il quadro decide di staccarsi dal chiodo, solo a un certo punto succede. E così è successo. Il piccolo Inuit si è alzato dal divano è entrato nello studio e mi ha detto  Mummy I need money. Mi sono girata, l’ho guardato. E lui me lo ripete, chiaro e deciso, con la faccia di scusa non hai capito?  Mummy I need money.

Potevo domandarmi che cosa intendesse, come avesse saputo dell’esistenza del denaro, e soprattutto dove avesse pescato tutta quella correttezza e precisione nell’esprimersi, lui che di solita farfuglia divertenti frasi miste di lingue e gesti,  ma l’unica cosa che avrei dovuto francamente domandarmi era a che cosa gli sarebbero serviti i soldi. Lui ha preceduto le parole che non mi uscivano di bocca e senza indugi davanti alla mia faccetta basita, ha continuato, I need money to buy new books. E lì ha aspettato. Amore, scusa, dolcezza mia, shops are closed now, it’s night, you can’t buy books now. Mummy I want to buy books, I need money. Senza fregarsene assolutamente di quello che gli avevo appena detto.

Ho fatto il gesto di aprire il portafogli, lui ha atteso, io credevo che gli bastasse il gesto, macchè, ha atteso ancora e alla fine titubante gli ho dato un soldino rosso, lui lo ha guardato poco convinto ma non aveva idea di un’alternativa, e se ne è tornato in sala. Si è messo il soldino in tasca e con la stessa precisione di poco prima ha detto Mummy you give me my jacket? Gli ho passato la giacca e lui ha aggiunto scarf and hat mummy. Mica vorrai farmi uscire con questa pioggia senza sciarpa e cappello, avrà pensato. Certo amore, e gli passo la sciarpa e il cappello. Con tutto sto malloppo sotto il braccio si va a prendere le scarpe ma poi si dimentica di metterle perché io continuo a ripetergli che  amore shops are closed now, it’s dark outside you see?

Niente, lui è deciso, ha fatto la sua scelta, non torna indietro, niente può fermarlo. Apre la porta ed esce con il suo soldino e la sua giacca sotto il braccio e solo i calzini ai piedi. Non so cosa fare, non voglio bloccare la sua creatività, lo slancio, ma nemmeno mi va che scenda le scale da solo, sono lì sulla porta inscemita da un bambino che non riconosco che mi ha stupita, sorpresa, spiazzata, sono lì inebetita a guardarlo finchè è lui a svegliarmi dalla catalessi, indicando le ciabatte tatami che porto ai piedi, Mummy you don’t come, you have slippers.

A che età comincia l’indipendenza? A quanti anni arriva la prima volta del faccio io?

Quando ormai eravamo lì fermi da qualche minuto lui pensa bene di darmi la botta finale: mummy give me the keys.

A quanti anni le chiavi di casa?

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MaterEtLabora il maggio 7th 2012 in bambini, piccolo Inuit, vita quotidiana

alla mia amica miriam mafai

Cara Miriam, carissima Miriam,

è passato qualche giorno dalla tua morte. Prima mi è stato impossibile persino pensare di poter scrivere qualcosa. Le parole, i pensieri mi viaggiavano in testa di notte e di giorno, ma soprattutto di notte, quando mi svegliavo e il tuo ricordo mi si riaccendeva e ricominciavo a piangere come una bambina. E’ stato tutto così veloce dentro di me, impensabile poter fermare in una riga.

Sono passati i giorni delle veglie, dei funerali, dei grandi di questo paese che sono venuti a renderti omaggio, alcuni sinceri altri no. Ne ho visti tanti nel tempo che ho passato accanto a te distesa tra i fiori e ti dico che alcuni erano lì proprio per dovere, non avevano avuto con te nemmeno un millesimo dell’affetto che ho avuto io. In molti però, quasi tutti, erano sinceri e stavano lì a ricordare i momenti avuti con te. Quelli più fortunati di me a ricordarne molti, quelli come me pochi, intensi però come poche cose nella vita possono essere.

Avrei voluto anch’io passare più tempo con te, avrei voluto almeno salutarti prima del tuo viaggio. Invece non ce l’ho fatta.

Ci scrivevamo per lo più oppure ci parlavamo per telefono. Solo qualche volta ci vedevamo a casa tua, oppure in qualche caffè, come tu usavi chiamare i bar dove ci sedevamo a prendere da bere.  Temevo di portarti via tempo, perché tu eri pur sempre una grande giornalista e in più con una grande famiglia numerosa e desiderosa di averti per sé. Io ero una piccola aspirante scrittrice, facevo piccolo cinema, avevo grandi aspirazioni.

Tu usavi chiamarmi la tua giovane amica. Quando stavamo insieme se rispondevi al telefono dicevi sto prendendo il caffè con una mia giovane amica.

Se qualcuno ti riconosceva e si fermava a farti i complimenti io me ne stavo lì in silenzio ad aspettare, orgogliosa di stare seduta al tavolo con te: io e Miriam, la mia amica. Come quel giorno a Piazza Farnese in quel bar dove il sole batte anche d’inverno, ci sedemmo all’aperto a prendere una spremuta. Era un incontro importante, ti avevo portato il mio bambino nato da pochi mesi. Parlammo in quell’ occasione dell’essere madri, di figli, dei tuoi, del tuo modo di essere madre, della mia paura di non farcela, dell’essere una scrittrice con il passeggino davanti alla porta. Parlavamo di cosa significhi oggi diventare madri e di come tutto sia poi diverso rispetto a quando lo eri tu una giovanissima madre.

Fu una conversazione piacevole e delicata com’erano sempre con te. Ma io avevo fame e sete di altro. Volevo sapere, parlare di politica, il paese era in subbuglio e io ero solo una madre, ero ferma con il lavoro, non avevo contatti con il mondo e tutta la mia giornata si trascorreva a parlare con un neonato di poche settimane. Quando ci salutammo ti confessai, Miriam avrei voluto chiederti mille cose, del nostro paese che cade, della tua opinione, e invece non abbiamo parlato altro che di nascite e bambini, di poppate e di amori di madri. E tu mi dicesti come solo le madri sanno fare, ne avrai di tempo per occuparti del futuro del nostro paese, sei madre da poco, ora il tuo centro è lui. Avevi ragione. Avevi ragione.

Ci eravamo conosciute quasi dieci anni fa. Ti conobbi come si conoscono i grandi maestri, perché voi avete sempre tempo per i giovani curiosi e volenterosi. Voi siete sempre pronti a dare una possibilità a chi rincorre dei sogni, a chi ci prova nella vita a fare qualcosa di buono. Tu lo facesti con me, mi accogliesti nella tua storia, nella tua casa, nel tuo mondo. La prima volta che rispondesti a una mia mail non ci potevo credere. Avevo scritto a un indirizzo di quelli che i giornalisti lasciano in fondo agli articoli più per abbassarsi al livello degli umani e apparire raggiungibili che per vera necessità di essere contattati. Così scrissi senza speranza, voglio girare un documentario sulle donne che perdono il lavoro in gravidanza. E tu rispondesti. La prima, la seconda, e tutte le altre volte, finchè la nostra cominciò a diventare una corrispondenza, una delicata relazione tra due donne di generazioni lontane.

Ne ho scritte molte di lettere, Miriam, nei mesi, negli anni successivi, ne ho scritte decine, a quelli che pensavo fossero maestri, a direttori di giornali, a caporedattori, vice e non so chi altro. Nessuno ha mai risposto Miriam. Nessuno. Perché questo non è il paese delle possibilità, e se c’è stato un piccolo tempo in cui lo è stato, questo tempo è certamente finito.

Non ho avuto una risposta, un incentivo, una parola. I tuoi progetti non ci interessano, sembrano dire le mancate risposte. Io so che valgono. Ma come ha detto bene tua figlia Sara quando mi ha fatto quell’immenso e immeritato onore di citare il mio nome e il nostro rapporto il giorno delle tue celebrazioni, io non appartengo a nessuna “famiglia”, nessun gruppo, nessuna lobby.

E il motivo per cui non posso smettere le lacrime è che con te è morta quell’unica possibilità che qualcuno di noi ha avuto nella vita, con te se ne va l’ultimo maestro disposto ad ascoltare tutti quelli che non arrivano con la dote di un nome potente o di un padre importante. Mi sono resa conto il giorno della tua morte, che era scomparsa l’unica persona che aveva creduto in me senza nemmeno sapere da dove venissi.

Non ce ne sono state dopo. Altre non ce ne saranno.

E’ questo pensiero non la smette di torturarmi. Perché questo è un paese di caste e lobby incastrate in un meccanismo che si salvaguarda e si riproduce, che nessuno ha intenzione di rompere.

Nella meravigliosa prefazione che scrivesti per il mio libro mi chiamasti coraggiosa e testarda. Coraggiosa e testarda.  Oggi non ho più né coraggio, né testardaggine.

Ecco la tua morte mi ha improvvisamente strappato il velo e mi ha detto che da oggi il mondo per me è un posto peggiore, e lo ha fatto in modo brutale, in un momento in cui stavo aspettando di rivederti, in cui ti avevo appena mandato delle foto di Michelangelo e aspettavo di riportartelo di persona per farti vedere quanto era cresciuto dall’ultima volta, in un momento in cui avrei voluto parlarti del nuovo libro e del fatto che non scrivo da mesi, in cui avrei voluto dirti che mi sento grigia e chiederti se anche a te era mai capitato di entrare in un periodo così e non riuscire a uscirne.

Quando hai tutte queste cose da chiedere e non sai piĂą a chi chiederle non c’è molto da fare.

Per questo la tua perdita non è solo la perdita di una persona cara e importante. Quel dolore passerà con tutta probabilità. Ma non passerà il dolore per la mancanza di chi ti segna la strada, ti indica il cammino.

Dopo averti detto addio ho ripreso la bicicletta e sono sgusciata via dall’incastro delle macchine importanti parcheggiate sotto il Campidoglio.

Mi sentivo sbandare. Ma non era per il vento che nel frattempo si era alzato e aveva portato la pioggia.

No. Come ho lasciato scritto sul quel quaderno a righe, Miriam, senza te io non so più cosa è bene e cosa è male.

Addio amica cara.

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MaterEtLabora il aprile 17th 2012 in donne, incontri

una vita normale

Diciamo che se Dio c’è oggi ha deciso di tifare per me. Niente di che eh. Però sono a casa, seduta alla mia scrivania. Sola. Che vuol dire pace.

Non corro come una scheggia impazzita da una stanza all’altra, non rispondo a cento telefonate, non ascolto tre persone che mi parlano contemporaneamente in (almeno) due lingue diverse, non nevrotizzo con i presenti (anche perché sono sola difficile con le pareti), non pulisco, rassetto, piego biancheria, non raccolgo calzini orfani da terra, non organizzo l’evento dell’anno (la festa di compleanno del piccolo Inuit che c’è stata domenica), non mi becco una minaccia di denuncia da un ospite importante della trasmissione che rischia di non prendere il treno di ritorno in tempo (roba grossa), non raccatto pongo , cereali e pennarelli aperti sotto le mie lenzuola (poi ti dici perché la vita di coppia dopo i figli diventa difficile), non preparo la diretta impegnativa che è andata in onda ieri, non sto seduta al montaggio per otto ore di seguito mangiando pizzette e lottando contro le obiezioni di coscienza del montatore che a un certo punto si rifiuta di montare un pezzo perché lo ritiene blasfemo, che io dico scusa ma il pezzo lo firmo io abbi pazienza non mi rendere la vita ancora più difficile, comunque alla fine Gesù in croce non ce lo mette, non ho la tachicardia perché mia madre viene a Roma per quattro giorni e io vorrei passare più tempo con lei e godermela tutta e invece non faccio altro che correre impazzita da un negozio di tovaglie di carta alla redazione, non asciugo le lacrime della mia dolcissima au pair-baby sitter che piange per quattro ore (quattro) ininterrottamente che dire impegnativo è poco (ci siamo organizzati con un cambio di spalla in una staffetta delle emozioni un po’ io, un po’ il santuomo, un po’ mia mamma, un po’ la sua mamma che la spalla la dava  via skype), soprattutto non ho più il bagno occupato dai muratori e il pavimento della camera tirato su che per chi non lo sapesse l’ultimo mese è stato anche questo, lavori di ristrutturazione in una casa che era stata ristrutturata appena 12 mesi fa (ma pare che la garanzia non si estendibile oltre l’anno).

Finalmente sono ferma. Mi sono presa la mattina libera.

Fumo una sigaretta in terrazza.

Mangio ananas.

Mi metto a pensare a un amico della vita che amo come un fratello  rivisto ieri sera dopo tanto tempo e all’abbraccio lungo e stretto che si sono dati lui e mia mamma quando si sono visti.

Perchè più o meno in ordine di importanza:

Mia mamma è partita (con grande tristezza questa mattina) insieme al Santuomo che aveva appuntamenti a Milano.

Della festa dell’Inuit sono finiti anche gli avanzi.

La baby sitter ha fatto la pace col suo fidanzato

Forse da oggi ho una vita normale.

Ps Per gli italiani all’estero che non lo hanno visto stampato ecco il terzo invito al party dell’anno della collezione Piccolo Inuit.

Ps2 Per gli italiani, inglesi, scozzesi, peruviani, libanesi, presenti alla festa: grazie. Siete degli amici meravigliosi e noi vi amiamo perché rendete la nostra vita una gioia.

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MaterEtLabora il marzo 28th 2012 in au pair, piccolo Inuit, redazione, vita quotidiana

buon compleanno

Io e te che siamo insieme da più tempo di tutti, perché stavamo insieme già da prima, io e te che il tuo compleanno numero zero lo abbiamo salutato mischiandoci le lacrime, io e te che ci capiamo al volo anche quando non parli anche quando nessuno ti capisce che io ti leggo gli occhi e la voce, io e te che quando sono tornata a lavorare ho pianto ogni giorno chiusa in bagno dal dolore che era lasciarti, io e te che alla tua prima caduta ho mantenuto la calma mentre il sangue colava e tuo padre correva impazzito verso la macchina, io e te che ci piace scaldarci e azzuffarci d’amore clandestino sotto le coperte quando ti bacio il collo e tu ridi e poi mi dici again, io e te che da quando hai imparato a dire sono arrabbiato con te lo dici ridendo in qualsiasi sproposito, io e te quando penso a quando ti arrabbierai davvero, io e te che quando chiedi cose assurde io non sempre riesco a stare calma e a volte mi perdo e mi dimentico che hai solo tre anni, io e te che ci siamo guardati per ore prima di addormentarci nello stesso istante, io e te che la mattina ci sediamo accanto arruffati a mangiare silenziosi i nostri chicchi di cereali da uccellini, io e te che le prime volte all’asilo ci strappavamo il cuore a vicenda per staccarci e separarci che le maestre mi imploravano di non piangere lì come stavo, io e te che quando ti devo spazzolare i capelli invento delle storie lunghissime per tenerti seduto sul letto ma ancora non ho il cuore di tagliarli da grande, io e te che qualche volta è stata dura qualche volta mi sembrava  proprio di non farcela, io e te che forse da grande penserai che non sono all’altezza, io e te che ho assaggiato le tue lacrime la prima volta che ti sono uscite, io e te che abbiamo cambiato cento case prima di fermarci e riposarci, io e te che mi sono incisa il tuo nome sul braccio, io e te che amiamo le persone e ci piace circondarci di friends, io e te oggi festeggiamo tre anni d’amore, tu tre anni di vita. Buon compleanno piccolo Inuit. Happy birthday.

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MaterEtLabora il marzo 26th 2012 in piccolo Inuit

this is tuos, il bilinguismo dell’Inuit

“A differenza di quello che solitamente si pensa il mixing non è un fenomeno irregolare e caotico, ma segue invece precise regole grammaticali che i bambini dimostrano di sviluppare a poco a poco parallelamente alla crescita della loro competenza nelle due lingue.” Lo ha detto Fred Genesee, docente alla McGill University di Montreal, esperto di bilinguismo infantile, docente nel dipartimento di Psicologia (tratto da bilinguepergioco).

E io ho tirato un sospiro lungo sette minuti quando l’ho letto, e la facciona del Professor mi ha ridato fiducia.

Perchè per chi ancora non lo sapesse il piccolo Inuit ha subito un esperimento di crescita bilingue pur essendo io e il Santuomo entrambi italiani. A dirla così sembro un mostro. Ma è un po’ più complessa. Diciamo che dopo quasi due anni di vita in Inghilterra tra Università e amori vari, l’inglese era diventata la mia seconda lingua. Da sbronza ancora mi prendono per madrelingua, insomma ce l’ho proprio appiccicata alla pelle.

Così quando l’Inuit è nato io avevo già deciso che lo avrei cresciuto bilingue. Avevo letto, studiato, pensato abbastanza per poterci provare.

Io e il Santuomo abbiamo cominciato a seguire un metodo preciso di educazione bilingue chiamato OPOL, ovvero One Person One Language. Lui parla italiano, io inglese. Le amiche mi prendevano per matta vera. Le famiglie no comment. Le mamme al parco mi consideravano una mezza snob. Persino la nostra vecchia tata biasimava la mia scelta. La banalità più frequente era poverino perché fargli fare tutta questa fatica? (Che scusate ma lui non fa nessuna fatica, l’apprendimento di una o più lingue è allo stesso modo naturale, cioè tuttalpiù la fatica la faccio io che dopo una giornata di lavoro torno a casa e attacco a parlare inglese. Ma tant’è.)

Comunque siccome io sono un mulo, testarda piĂą di un mulo, me ne sono un po’ strafregata e con l’appoggio del mio uomo Santuomo, sono andata avanti fiduciosa che avrei fatto cosa buona. E così giochi, canzoni, filastrocche audiolibri, cartoni animati (dopo i due anni), flash cards, e  libri, libri, soprattutto libri, montagne di libri. E poi la scelta di una ragazza alla pari in casa che parla solo ed esclusivamente inglese.

A un anno il piccolo Inuit capiva perfettamente entrambe le lingue. A due ha cominciato a parlare. E (ironia della sorte) parlava solo inglese. Il suo italiano è stato da subito minoritario. Panico (soprattutto nelle famigghie). Ma come è? E’ italiano è parla solo english? Con calma dico io. A settembre l’Inuit comincia l’asilo e vedete che tutto si aggiusta. Tutti gli studi dicono che appena il bambino viene inserito nel contesto di lingua maggioritaria con i suoi pari che parlano la lingua del paese, la lingua minoritaria passerà in secondo piano o addirittura tenderà a scomparire.

Ora non so come e non so perché. Altro che scomparire. L’Inuit continua a parlare inglese, al quale però ha aggiunto meravigliose incursioni nell’italiano. Risultato: un italo americano di Broccolino. Se parla italiano lo fa con un accento inglese così forte che sembra Dan Peterson. Ma soprattutto mischia, meravigliosamente mischia, fantasiosamente mischia, pescando dal suo bacino di parole a disposizione. Il nostro quotidiano è un allegro abbraccio di lingue e suoni. Del tipo, I vuole make a polenta cake, mentre giochiamo con le pentoline, oppure I promise no piangere anymore quando ci siamo appena calmati da un capriccio, oppure Non c’è stroller. I left it on the casa, quando è stanco di camminare ma non c’è il passeggino.

Oppure applica strutture grammaticali inglesi all’italiano, il che mi dice che sta perfettamente interiorizzando le regole e le riapplica dove può su qualsiasi parola. E se mi viene da ridere mi trattengo a forza, che il piccino non sa che salto pazzesco lui ha fatto in quel momento dicendo This is mine this is tuos. O come l’altra sera salutando cari amici da cui eravamo stati a cena, ha detto indicando la bambina, questo è mio friend, poi ha indicato la mia amica e ha detto questo è tuos friend, e poi indicando il papà, questo è daddy’s friend. E poi soddisfatto dell’elenco si è addormentato attorcigliato con la faccia nel mio collo.

Dunque grazie Professor Genesee, grazie di aver rassicurato le mie ansie, grazie di avermi fatto capire di nuovo che il bilinguismo è un dono, un regalo, una meravigliosa eredità che sto lasciando a mio figlio. Grazie di aver fugato di nuovo tutti i miei dubbi, di avermi rasserenata, di avermi di nuovo dato una spinta a non lasciare questo percorso un pò faticoso.

Perché è vero che ci stiamo mettendo un po’ di tempo a trovare la parola giusta. Ma ormai ci siamo abiutati un po’ tutti all’Inuit’s language.

Che quando qualcosa a tavola proprio non ci piace diciamo tutti come dice lui: it’s schifo :)  (con dettaglio di S strascicata campana che quella è cosa del Santuomo e non si tocca :) )

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MaterEtLabora il marzo 1st 2012 in au pair, bilinguismo, piccolo Inuit

l’Inuit e la musica

La musica è una parte importante della vita dell’Inuit. La sceglie, la chiede, la canta, tiene il tempo con le manine o con le bacchette cinesi. Play di Moby è in assoluto il suo disco preferito. Era anche uno dei nostri (preferiti) prima di averlo sentito otto-dieci volte al giorno negli ultimi sei mesi.

Ieri sera però a cena a casa di amici c’è stata una scoperta nuova. La musica non usciva da una scatolina bianca attaccata a un cavo come a casa nostra. C’erano degli strani contenitori di cartone con dentro dei buffi oggetti neri di forma circolare. Prendendo delicatamente uno di questi cerchi neri e poggiandoli su uno strumento piatto, dopo averci appoggiato un delicato braccetto, da questi oggetti neri usciva la musica.

Archeologia della conoscenza musicale. L’Inuit ha scoperto il vinile e  ha passato la serata a scegliere dischi e metterli sul piatto. Qualche volta scretchava qualche volta no. Funky, dub, rock, reggae. E’ passato di tutto su quel giradischi ieri sera. Soprattutto la grande scoperta. Che la musica  è materiale, è cartone rovinato, è vinile segnato ed è anche foto di copertina, immagine che resta per sempre nei nostri ricordi. Come quella di Abbey Road dei Beatles o Meat is murder degli Smiths, o di London Calling dei Clash. Che la musica è oggetto da tenere sul tavolino accanto al divano, che la musica si gusta come una pietanza che ti sei preparato e hai messo sul piatto. Prima di sederti e lasciarti andare alla magia.

A breve si prevede di trasferire tutta la collezione di vinile del Santuomo nel nostro soggiorno. E di trovare il posto tra gli hard disk e gli Ipod per il vecchio piatto del nonno.

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MaterEtLabora il febbraio 15th 2012 in musica, piccolo Inuit, scoperte

le prime volte

Ci sono le prime volte. Alcune le perderemo, altre no. Ad alcune assisteremo per caso ad altre ci saremo preparate per tempo. Alcune ci lasceranno ditrutte altre felici e piene. Alcune faranno la gioia dei nostri figli altre saranno per loro una tristezza. Di alcune si renderanno conto altre gliele faremo gustare noi. Le prime volte però sono una sola volta nella vita. Quella magia quella sorpresa quell’affanno quello struggimento saranno insuperabili. E saranno nei loro ricordi forse come un’esperienza speciale.

Per questo oggi a tutti i costi volevo essere fuori dal suo asilo.

La prima volta che vedeva la neve io ci volevo essere. Ci siamo fermati tutti e tre con la testa in aria a contemplare via dei Coronari innevata e bianca.

It’s snowing my love. It’s really really snowing avrebbe detto Lola.

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MaterEtLabora il febbraio 3rd 2012 in bambini, riflessioni, vita quotidiana

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