Cara Miriam, carissima Miriam,
è passato qualche giorno dalla tua morte. Prima mi è stato impossibile persino pensare di poter scrivere qualcosa. Le parole, i pensieri mi viaggiavano in testa di notte e di giorno, ma soprattutto di notte, quando mi svegliavo e il tuo ricordo mi si riaccendeva e ricominciavo a piangere come una bambina. E’ stato tutto così veloce dentro di me, impensabile poter fermare in una riga.
Sono passati i giorni delle veglie, dei funerali, dei grandi di questo paese che sono venuti a renderti omaggio, alcuni sinceri altri no. Ne ho visti tanti nel tempo che ho passato accanto a te distesa tra i fiori e ti dico che alcuni erano lì proprio per dovere, non avevano avuto con te nemmeno un millesimo dell’affetto che ho avuto io. In molti però, quasi tutti, erano sinceri e stavano lì a ricordare i momenti avuti con te. Quelli più fortunati di me a ricordarne molti, quelli come me pochi, intensi però come poche cose nella vita possono essere.
Avrei voluto anch’io passare più tempo con te, avrei voluto almeno salutarti prima del tuo viaggio. Invece non ce l’ho fatta.
Ci scrivevamo per lo più oppure ci parlavamo per telefono. Solo qualche volta ci vedevamo a casa tua, oppure in qualche caffè, come tu usavi chiamare i bar dove ci sedevamo a prendere da bere. Temevo di portarti via tempo, perché tu eri pur sempre una grande giornalista e in più con una grande famiglia numerosa e desiderosa di averti per sé. Io ero una piccola aspirante scrittrice, facevo piccolo cinema, avevo grandi aspirazioni.
Tu usavi chiamarmi la tua giovane amica. Quando stavamo insieme se rispondevi al telefono dicevi sto prendendo il caffè con una mia giovane amica.
Se qualcuno ti riconosceva e si fermava a farti i complimenti io me ne stavo lì in silenzio ad aspettare, orgogliosa di stare seduta al tavolo con te: io e Miriam, la mia amica. Come quel giorno a Piazza Farnese in quel bar dove il sole batte anche d’inverno, ci sedemmo all’aperto a prendere una spremuta. Era un incontro importante, ti avevo portato il mio bambino nato da pochi mesi. Parlammo in quell’ occasione dell’essere madri, di figli, dei tuoi, del tuo modo di essere madre, della mia paura di non farcela, dell’essere una scrittrice con il passeggino davanti alla porta. Parlavamo di cosa significhi oggi diventare madri e di come tutto sia poi diverso rispetto a quando lo eri tu una giovanissima madre.
Fu una conversazione piacevole e delicata com’erano sempre con te. Ma io avevo fame e sete di altro. Volevo sapere, parlare di politica, il paese era in subbuglio e io ero solo una madre, ero ferma con il lavoro, non avevo contatti con il mondo e tutta la mia giornata si trascorreva a parlare con un neonato di poche settimane. Quando ci salutammo ti confessai, Miriam avrei voluto chiederti mille cose, del nostro paese che cade, della tua opinione, e invece non abbiamo parlato altro che di nascite e bambini, di poppate e di amori di madri. E tu mi dicesti come solo le madri sanno fare, ne avrai di tempo per occuparti del futuro del nostro paese, sei madre da poco, ora il tuo centro è lui. Avevi ragione. Avevi ragione.
Ci eravamo conosciute quasi dieci anni fa. Ti conobbi come si conoscono i grandi maestri, perché voi avete sempre tempo per i giovani curiosi e volenterosi. Voi siete sempre pronti a dare una possibilità a chi rincorre dei sogni, a chi ci prova nella vita a fare qualcosa di buono. Tu lo facesti con me, mi accogliesti nella tua storia, nella tua casa, nel tuo mondo. La prima volta che rispondesti a una mia mail non ci potevo credere. Avevo scritto a un indirizzo di quelli che i giornalisti lasciano in fondo agli articoli più per abbassarsi al livello degli umani e apparire raggiungibili che per vera necessità di essere contattati. Così scrissi senza speranza, voglio girare un documentario sulle donne che perdono il lavoro in gravidanza. E tu rispondesti. La prima, la seconda, e tutte le altre volte, finchè la nostra cominciò a diventare una corrispondenza, una delicata relazione tra due donne di generazioni lontane.
Ne ho scritte molte di lettere, Miriam, nei mesi, negli anni successivi, ne ho scritte decine, a quelli che pensavo fossero maestri, a direttori di giornali, a caporedattori, vice e non so chi altro. Nessuno ha mai risposto Miriam. Nessuno. Perché questo non è il paese delle possibilità , e se c’è stato un piccolo tempo in cui lo è stato, questo tempo è certamente finito.
Non ho avuto una risposta, un incentivo, una parola. I tuoi progetti non ci interessano, sembrano dire le mancate risposte. Io so che valgono. Ma come ha detto bene tua figlia Sara quando mi ha fatto quell’immenso e immeritato onore di citare il mio nome e il nostro rapporto il giorno delle tue celebrazioni, io non appartengo a nessuna “famiglia”, nessun gruppo, nessuna lobby.
E il motivo per cui non posso smettere le lacrime è che con te è morta quell’unica possibilità che qualcuno di noi ha avuto nella vita, con te se ne va l’ultimo maestro disposto ad ascoltare tutti quelli che non arrivano con la dote di un nome potente o di un padre importante. Mi sono resa conto il giorno della tua morte, che era scomparsa l’unica persona che aveva creduto in me senza nemmeno sapere da dove venissi.
Non ce ne sono state dopo. Altre non ce ne saranno.
E’ questo pensiero non la smette di torturarmi. Perché questo è un paese di caste e lobby incastrate in un meccanismo che si salvaguarda e si riproduce, che nessuno ha intenzione di rompere.
Nella meravigliosa prefazione che scrivesti per il mio libro mi chiamasti coraggiosa e testarda. Coraggiosa e testarda. Oggi non ho più né coraggio, né testardaggine.
Ecco la tua morte mi ha improvvisamente strappato il velo e mi ha detto che da oggi il mondo per me è un posto peggiore, e lo ha fatto in modo brutale, in un momento in cui stavo aspettando di rivederti, in cui ti avevo appena mandato delle foto di Michelangelo e aspettavo di riportartelo di persona per farti vedere quanto era cresciuto dall’ultima volta, in un momento in cui avrei voluto parlarti del nuovo libro e del fatto che non scrivo da mesi, in cui avrei voluto dirti che mi sento grigia e chiederti se anche a te era mai capitato di entrare in un periodo così e non riuscire a uscirne.
Quando hai tutte queste cose da chiedere e non sai piĂą a chi chiederle non c’è molto da fare.
Per questo la tua perdita non è solo la perdita di una persona cara e importante. Quel dolore passerà con tutta probabilità . Ma non passerà il dolore per la mancanza di chi ti segna la strada, ti indica il cammino.
Dopo averti detto addio ho ripreso la bicicletta e sono sgusciata via dall’incastro delle macchine importanti parcheggiate sotto il Campidoglio.
Mi sentivo sbandare. Ma non era per il vento che nel frattempo si era alzato e aveva portato la pioggia.
No. Come ho lasciato scritto sul quel quaderno a righe, Miriam, senza te io non so più cosa è bene e cosa è male.
Addio amica cara.
